L’uovo dell’angelo – recensione

In uno scenario che sembra sospeso tra rovina e abbandono si muove una bambina dai capelli bianchi, con addosso un vestito dai colori accesi e i piedi nudi che toccano un suolo morto. Cammina senza una meta precisa: a volte in cerca di cibo, a volte spinta solo dalla curiosità. Si ferma davanti a una casa distrutta. È lì che viveva? Aveva una madre? Domande che restano senza risposta mentre la vediamo attraversare una città cupa, fredda, dall’architettura nordica e decadente. È come se quel mondo fosse popolato da una sola presenza viva: lei.
Se si dovesse racchiudere l’atmosfera dell’opera in pochi elementi, verrebbero in mente il grigio, il nero e una costante sensazione di attesa. Tutto è sospeso: i capelli mossi dal vento, le piume che fluttuano nell’aria, i suoni acuti e innaturali delle misteriose navicelle che scendono dal cielo. Da una di queste appare un ragazzo, anch’egli dai capelli chiari. Dice di volerla proteggere, ma è davvero così? Il dubbio accompagna ogni suo gesto.
La bambina, creatura fuori dal tempo, inizialmente lo rifiuta. Poi, però, cede al bisogno di affidarsi a qualcuno. Ed è proprio da questo bisogno che nasce la tragedia. Il ragazzo distrugge l’unica cosa che per lei abbia valore assoluto: un uovo che custodiva sotto il vestito con una cura quasi sacrale, come una madre con il proprio figlio. Un gesto che può essere letto come curiosità, crudeltà o semplice indifferenza, ma che in ogni caso spezza l’unica speranza rimasta. È impossibile non pensare al significato simbolico di quell’uovo: promessa di vita, fede, futuro. E proprio quella promessa viene infranta da chi si presentava come salvatore.
Mamoru Oshii sembra voler riflettere sulla violenza gratuita, sulla distruzione che può arrivare anche da chi dice di volerci proteggere. Il regista, però, ha sempre rifiutato di dare una spiegazione definitiva all’opera: L’Uovo dell’Angelo non ha un significato univoco, e forse non deve averlo. Sta allo spettatore riempire i silenzi.
Nel mondo attraversato dalla bambina compaiono anche figure simili a soldati, impegnati in una strana caccia a giganteschi pesci volanti che non possono essere uccisi. Ombre? Sogni? Illusioni? Nulla è certo: né il tempo, né lo spazio, né la natura di ciò che vediamo. Quando l’uovo viene distrutto, la bambina perde la sua forma umana e diventa una statua, andando ad aggiungersi a quelle che avevamo già intravisto all’inizio del film. L’unico elemento che ritorna è la navicella a forma di occhio, osservatrice silenziosa di tutto.
Il finale resta volutamente aperto: una visione che può sembrare una mappa, a qualcuno una chiglia rovesciata, ad altri ancora la rappresentazione di un intero mondo. L’atmosfera iniziale, quasi onirica e disturbante, viene spezzata solo negli ultimi istanti, quando anche le ultime coordinate di tempo e spazio si dissolvono del tutto.
L’Uovo dell’Angelo non è una storia da capire, ma un’esperienza da attraversare. Un film che non dá risposte, ma lascia domande che continuano a risuonare anche dopo i titoli di coda.

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